Le MGA del Barolo

 

A volte il vino è la manifestazione liquida del silenzio.

Luis Sepùlveda (1949)

 

origine

La Menzione Geografica Aggiuntiva

In seguito al determinante intervento del Consorzio di Tutela, il disciplinare di produzione del Barolo DOCG, approvato con DPR del 1 luglio 1980, già riconosciuta DOC con DPR del 23 aprile 1966, è sostituito per intero da un nuovo testo nel 2010, il cui principio ispiratore riguarda principalmente la normativa dei nomi delle località presentati in etichetta.

Grazie alla sinergica collaborazione fra il Consorzio di Tutela e le amministrazioni dei Comuni della zona del Barolo, è stato possibile risolvere le numerose situazioni di incertezza e contenzioso, mettendo una pietra miliare per eventuali future evoluzioni.

A partire dalla campagna vendemmiale 2010-2011 la produzione del Barolo DOCG si attiene alle nuove disposizioni in vigore con il DM 30.09.2010 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.239 del 14.10.2010: il nuovo Disciplinare del 2010 ha approvato 181 Menzioni Geografiche Aggiuntive o sottozone (di cui 11 comunali), che possono essere aggiunte in etichetta. 

c’è differenza con il cru francese?

MGA

area ristretta,

valenza collettiva

La Menzione Geografica Aggiuntiva interessa più produttori e mette ordine, delimitando e denominando in via definitiva, Comune per Comune, le diverse aree vitivinicole, sia quelle tramandate da una lunga tradizione, sia quelle più nuove.

Ecco perchè è improprio paragonarla al cru francese, che in un certo senso è invece più simile al concetto di “vigna”, con la sua dimensione esclusivamente aziendale e caratteristiche uniche e più specifiche.

le mappe

Comune per Comune

cronologia

Verso il futuro

Il Barolo che conosciamo e apprezziamo oggi è la conferma di come nella nostra civiltà vitivinicola
non possa esistere innovazione senza un ragionato supporto della tradizione

La storia moderna del Barolo

I produttori di Barolo della prima generazione (1860-1920), i primi a farlo conoscere nel mondo, abbandonano subito la versione dolce e si dedicano alla produzione di un Barolo secco, molto tannico, destinato a lungo invecchiamento utilizzando il Nebbiolo proveniente da tutto il comprensorio già allora ben delimitato.

La loro tecnica produttiva era basata su una lunga macerazione statica delle bucce, mescolate in parte ai raspi, il tutto immerso nel vino. Nei tini o nelle vasche di cemento già predisposte, immediatamente dopo la fermentazione tumultuosa il cappello di vinacce veniva sommerso, con artifici vari, e le bucce maceravano nella massa vinosa per un periodo compreso tra i cinquanta e gli ottanta giorni. Questa regola è stata adottata fino agli anni settanta. All’epoca si sapeva ben poco di maturazione fenolica, microbiologia, macerazione carbonica o anche solo di precursori d’aroma. Il Barolo così ottenuto, era inizialmente molto allappante,
disarmonico e richiedeva lunghi anni di maturazione in botti di legno di rovere o di castagno prima di poterlo commercializzare.

Soprattutto chi esportava questi vini in America, adottò una tecnica di maturazione forzata che oggi ci fa sorridere: esponeva centinaia di damigiane di Barolo nei cortili o su terrazze, al calore dei raggi del sole d’estate e poi alle rigide temperature invernali.
Contavano anche sulla durata dei viaggi per mare e sui lunghi tempi di sosta sulle banchine dei porti. Queste situazioni estreme conferivano al vino quella morbidezza necessaria per essere accettato dai consumatori dell’epoca. Probabilmente era anche accettato il discutibile colore ambrato cupo, quella certa nota resinosa (goudron) e quel tanto di maderizzato che caratterizzava i vini così maltrattati!

L'esperienza insegna

Il nuovo rinascimento del Barolo arriva a partire dai primi anni ’80 con l’applicazione del disciplinare. Il Barolo assume finalmente la sua giusta identità ed il suo vero carattere di grande vino. I produttori sono sempre più convinti che il concetto di qualità è legato alla produzione del vigneto e che è la qualità dell’uva a regolare l’equilibrio e la bontà di un vino. Particolare attenzione al grado di maturazione e attenta scelta in vendemmia portano a superare, finalmente, anche quel punto debole riferito alla tonalità e alla stabilità del colore, trascurato per tanto tempo. Cambiano le attrezzature e i metodi di produzione in cantina: pigiadiraspatrici più perfezionate, fermentazioni a temperature controllate, tempi di macerazione più brevi in funzione della vendemmia. Impiego di lieviti selezionati, enzimi, controlli analitici frequenti e, soprattutto un buon governo della fermentazione malolattica diventano regola. Oggi, tutte le cantine sono dotate di moderni sistemi di vinificazione che la nuova generazione di tecnici sa governare con grande maestria. Massima è l’attenzione che viene adottata nella delicata fase dimaturazione e di affinamento dei vini. Abbandonati finalmente i recipienti vetusti e a volte difettosi, si lavora con bottame nuovo di piccola e media capacità. Il rovere di Slavonia e quello di origine francese, utilizzati con sapienza, danno ottimi risultati. Nelle nostre cantine, a fianco delle botti tradizionali da 50/100 ettolitri convivono barriques e tonneau scelti in base al concetto produttivo di ogni azienda.

I vini della vecchia scuola, tradizionalista e, ancora oggi ben rappresentata da alcuni gagliardi Patriarchi, vanno in giro per il mondo magnificamente affiancati da quelli prodotti dalle nuove generazioni con concetti e strumenti più moderni. Il Barolo della vecchia e nuova scuola, mano nella mano, continuano a soddisfare con pari grande dignità i consumatori più esigenti.

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