Il Barolo D.O.C.G.

 

“Tu sei giovane, Pablo, e non sai che tre nasi son quel che ci vuole per bere il Barolo”.

Cesare Pavese (1908-1950)

L'ultima annataLe annate precedenti

figlio del nebbiolo

Un dono delle Langhe

Da sempre il Barolo è un vino dalle risorse immense e dal sommo prestigio: non a caso, infatti, in passato è sempre stato oggetto di interesse e oggi si è creato una fama a livello mondiale. Molti lo definiscono un vero e proprio prodigio della terra langarola, della vite, dell’ambiente e dell’uomo che ha saputo mettere insieme e sfruttare le forze della natura a favore d un vino austero ed elegante.

barolo d.o.c.g

Il Disciplinare di Produzione

Il Barolo ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita con D.P.R. del 1 luglio 1980,
mentre il riconoscimento della D.O.C. risale al D.P.R. del 23 aprile 1966. 
Le norme previste dal Disciplinare vigente sono aggiornate al DM 07.03.2014
sul sito ufficiale del Mipaaf – Sezione Qualità e Sicurezza Vini DOP e IGP con riferimento a:

Denominazione

La denominazione di origine controllata e garantita “Barolo” è riservata ai vini rossi che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal Disciplinare di Produzione, per le tipologie:
Barolo
Barolo Riserva
Barolo e Barolo Riserva con una delle «Menzioni Geografiche Aggiuntive» alle quali può essere aggiunta la menzione «Vigna» seguita dal relativo toponimo o nome tradizionale alle condizioni stabilite dal Disciplinare stesso

Zona di Produzione

Delimitata uffficialmente nel 1966 con la DOC , è tuttora invariata ed interessa poco più di 2000 ettari su 11 Comuni:

  • l’intero territorio di Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga d’Alba
  • parte del territorio di Cherasco, Diano d’Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d’Alba, Novello, Roddi e Verduno

Vitigno

Nebbiolo in purezza.

Il suo nome deriva con tutta probabilità dal termine “nebbia”, perché l’uva matura in autunno inoltrato (nel periodo delle nebbie, appunto) oppure perché gli acini a maturazione sono abbondantemente ricoperti di pruina, una sostanza biancastra che in qualche modo ricorda proprio la nebbia). Si tratta in ogni caso di un vitigno molto esigente per quanto riguarda giacitura ed esposizione del terreno, lavorazioni e concimazioni: infatti richiede terreni calcarei e tufacei, germoglia precocemente ed è piuttosto sensibile agli sbalzi di temperatura, quindi richiede posizioni ben soleggiate ed al riparo dalle gelate e dai freddi primaverili

La Resa per Ettaro

La produzione massima di uva Nebbiolo ad ettaro di vigneto è di 8.000 Kg., pari a 54,4 hl. e 7253 bottiglie da 75 cl.

Parametri Tecnici

  • Gradazione alcolica minima: 13% vol.
  • Acidità totale minima: 4,5 g/litro
  • Estratto secco minimo: 22 g/litro

Invecchiamento

Il Barolo DOCG richiede un invecchiamento minimo di 38 mesi a partire dal 1° novembre successivo alla raccolta delle uve, di cui almeno 18 mesi in botti di rovere o castagno e può essere messo in vendita a partire dal 1 gennaio del 4° anno successivo alla vendemmia.
La specificazione RISERVA può essere riportata in etichetta solo dopo 62 mesi di invecchiamento in cantina,
sempre a partire dal 1° novembre successivo alla raccolta delle uve.
Ormai il castagno non viene più utilizzato, perché i suoi tannini risultano troppo amari e poco gradevoli al palato del consumatore di oggi, mentre era piuttosto apprezzato sino a qualche anno fa.

Approfondimenti

In Barolo… veritas!

Cosa sono le Menzioni Geografiche Aggiuntive? E cosa si intende con la menzione “Vigna”?
Quali indicazioni dobbiamo riscontrare in etichetta? 
Perchè le bottiglie di Barolo hanno forme differenti?

Ecco le risposte a queste e a molte altre domande che in questi anni ci avete formulato sull’universo del Barolo… e se non trovate quel che state cercando, inviate un’email a info@enotecadelbarolo.it 
…aggiungeremo la risposta alla vostra richiesta!

le declinazioni del barolo

Amaro… Dolce…

o “Spiritoso”?

Nascono dal Barolo,
anche se ognuno ha una sua tipicità…

Il Barolo Chinato

Superba espressione della civiltà del Barolo, il Barolo Chinato ha una storia tutta sua da raccontare, attraverso le cui pagine si rivelano aspetti affascinanti della quotidianità e dell’immaginario contadino di Langa. Le sue origini appartengono all’epica del Barolo, all’età dei patriarchi, e ci introducono nella vivace realtà vitivinicola del Barolo di fine Ottocento. Culla del Barolo Chinato non sono, però, le prestigiose cantine locali, bensì i retrobottega di due straordinari speziali, il dottor Giuseppe Cappellano di Serralunga e il dottor Zabaldano di Monforte.

Personaggi carismatici del mondo del Barolo, i due farmacisti seppero applicare (ognuno con la propria formula) le tanto decantate proprietà della China Calissaia al Barolo, creando un “elisir” dall’immediata fama commerciale e dalle durature fortune all’interno della cultura contadina di Langa. Il «prelibato Barolo-chinato» Zabaldano merita una medaglia d’oro all’Esposizione franco-italiana di Nizza del 1899.

Tonico, sovrano, cordiale, virile: sono gli appellativi che all’epoca magnificano le proprietà di questo originale toccasana, protagonista della cultura della tavola e della farmacopea popolare langarola.

Attivato un certo interesse commerciale, il Barolo Chinato conosce, poi, l’indifferenza dei decenni del secondo dopoguerra (tra gli anni ’50 e ’70), in corrispondenza con la crisi dei modelli culturali contadini. Amorevolmente “protetto”, quasi nascosto, dalla più vera civiltà del Barolo e dalla paterna ed appassionata opera di promozione degli eredi del Cappellano, il Barolo Chinato ha saputo, però, sopravvivere ai tempi ingrati, per figurare, oggi, con inalterata orgogliosa fierezza contadina tra le proposte più raffinate della grande cucina albese. Nelle segrete formule e nel sapiente equilibrio di Barolo, china calissaia e spezie ritroviamo anche quell’amore per la strada, per l’esotico, per “i mari del sud” che rappresenta un aspetto caratteristico della cultura e dell’immaginario contadino di Langa.

Disciplinare di produzione del vino a denominazione di origine controllata e garantita “Barolo” (D.P.R. 23 aprile 1966) Art. 10 La denominazione “Barolo chinato” è consentita per i vini aromatizzati preparati utilizzando come base vino “Barolo” senza aggiunta di mosti o vini non aventi diritto a tale denominazione e con una aromatizzazione tale da consentire, secondo le norme di legge vigenti, il riferimento nella denominazione alla china.

La Grappa di Nebbiolo da Barolo

La grappa è un prodotto italiano per eccellenza ed ha in Piemonte una sua storia lontana e magnifici interpreti conosciuti in tutto il mondo. Su tutte le grappe spicca quella che è ottenuta con le vinacce del nebbiolo della zona del Barolo. Morbida, intensa, austera come le uve dalle cui bucce viene lentamente distillata secondo tecniche tradizionali di alambicchi a bagnomaria. La grappa di vinacce di nebbiolo da Barolo porta con sé tutti gli aromi secondari, gli alcooli superiori, gli eteri che derivano dal prezioso materiale di partenza, avvantaggiandosi del fatto che le cantine fornitrici sono quasi sempre artigianali e dotate di torchi non troppo potenti, incapaci di esaurire e di “strozzare” tutti gli umidi umori delle bucce a fine fermentazione. Prendere in mano un pugno di vinaccia ancora fresca è un piacere raro, un po’ rurale; assomiglia nell’intento al mettersi sotto il naso un fascio di fieno seccato al sole di maggio. Lo “spirito”, ricondensato nella serpentina che raffredda, esce come liquido bianco nascondendo tutte le sue potenzialità, che esprimerà compiutamente soltanto dopo il riposo e l’invecchiamento nel legno per alcuni anni (almeno gli stessi che servono all’uva nebbiolo per diventare Barolo). Allora il colore si fa giallino, lievemente ambrato ed il gusto si arrotonda fino a divenire morbido e vellutato. Il distillato esce poderoso dall’alambicco ma viene sempre riportato intorno ai 45 gradi alcolici: un livello che richiede già tutte le attenzioni per cogliere i sapori. Va bandita la fretta, mentre si richiede l’utilizzo di bicchieri a tulipano, capaci di esaltare gli aromi della grappa. Qualcuno preferisce dare un altro destino a questa splendida grappa, incorporandola magari in un cioccolatino, dove la spessa dolcezza del cacao “lievita” trasportata dal liquore: sono varianti moderne per stupire, magari per convincere anche una gentile signora a provare un gusto talora pensato maschile. A chi la grappa la fa finire nel caffè, chiediamo almeno di redimersi “palpandone” in bocca un sorso integro che sarà capace di restituire una bacchica freschezza. Se pensiamo alla grappa di nebbiolo da Barolo, la mente va subito ad un fine cena importante, ad un tocco di classe tra gente che ama intendersene. Ma, come un cerchio che si chiude,noi pensiamo anche al contadino che la desidera sempre come regalo di Natale, perché se ne sostenta nello sforzo, mescolandone un bicchierino con poco zucchero. Ecco il senso nostrano della grappa: un prodotto che come un filo sottile unisce esigenze antiche e moderne. Nella zona del Barolo questo significato non può che essere pieno e soprattutto pronto ad offrirsi ai visitatori di tutto il mondo che cercano luoghi in grado di trasmettere ancora un’anima, uno “spirito”. La grappa – anche nel gioco di parole – è lo “spirito” dell’uva e della sua terra.

cronologia

Dalle origini all’età moderna

Il Barolo che oggi conosciamo e apprezziamo è la conferma di come nella nostra civiltà vitivinicola
non possa esistere innovazione senza un ragionato supporto della tradizione

Uno sguardo al passato

La parola Nibiol viene menzionata nel 1268 in alcuni documenti storici redatti e conservati dal Castellano di Rivoli.

Coltivato sulle colline della Langa fin dal 1400, il Nebiolium viene citato nel 1431 negli Statuti del Municipio di La Morra, con riferimento ad una vite che nelle Langhe aveva trovato il suo habitat naturale. 

Il vino “Barol” compare per la prima volta nel 1751 in alcuni documenti commerciali tra l’Ambasciatore a Londra dei Savoia ed alcuni mercanti inglesi: l’Inghilterra era infatti in guerra con la Francia e non importava più i suoi vini, così si interessò ai vini piemontesi. 

Dalle scarse notizie che ci sono giunte e soprattutto da documenti e descrizioni più precise risalenti alla fine del 1700 e agli inizi del 1800, sappiamo che questo vino, già allora considerato pregiato, era dolce e frizzante (probabilmente perchè non si sapeva ancora come trasformare tutti gli zuccheri contenuti nel mosto in alcol): da questo si può presumere che non fosse adatto all’invecchiamento e a sopportare lunghi viaggi.

Persino il futuro Presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, in viaggio in quegli anni in Europa come rappresentante diplomatico degli Stati Uniti in Francia, ne citò la piacevolezza durante il suo soggiorno in Piemonte nel 1787, descrivendolo “tanto dolce quanto il serico Madeira; tanto astringente sul palato quanto il Bordeaux; tanto effervescente quanto lo Champagne”.

La prima citazione certa del vino Barolo risale al 1865 e si trova in un elenco di vini presenti nella tenuta reale La Mandria: si tratta di un vino ottenuto nelle cantine reali di Pollenzo, con uve Nebbiolo della vigna di Barolo, possedimento di Casa Savoia.

Tecnica & Intuizione

Nell’Ottocento, ai primordi della sua storia, è probabile che abbiano convissuto due tipologie di Barolo:

– quello alla Staglieno, rosato e dolce come era molto di moda allora
Il Generale P.F. Staglieno, profondo conoscitore di enologia, fu chiamato nel 1836 da Camillo Benso di Cavour a seguire il processo di vinificazione a Grinzane e poi da Re Carlo Alberto a dirigere ed amministrare le sue tenute di Verduno, Roddi, Santa Vittoria e Pollenzo. Apportando alcune innovazioni sostanziali, come la fermentazione in tini chiusi anziché aperti (per diminuire l’ossidazione del mosto) o l’uso dello zolfo (per garantire una più lunga conservazione del vino) o ancora l’acquisto di botti nuove di diverse pezzature (fino a 44 ettolitri), si concentrò essenzialmente sulla viticoltura e sulla razionalizzazione dei processi in cantina, senza modificare la sostanza di un vino giovane e abboccato.

– quello alla Francese, secco, austero e invecchiato secondo il modello bordolese. Louis Oudart era un commerciante di vino francese che operò nelle cantine del conte Cavour a partire dal 1843 e successivamente in quelle della marchesa Falletti di Barolo. Si preoccupò che in cantina venissero apportate migliorie di vario tipo, dalla costruzione di nuove botti alle normali riparazioni, ma insisteva anche sulla pratica frequente del travaso e sulla registrazione puntuale di tutte le operazioni effettuate in vigna e in cantina.
A lui si attribuisce inoltre l’acquisto delle prime 1000 bottiglie di vetro provenienti dalla Francia e la registrazione dell’imbottigliamento di 100 bottiglie di “vino vecchio 1844”.

1844: questa è probabilmente la prima annata di Barolo messo in bottiglia o comunque la prima di cui abbiamo notizia certa almeno fino ad oggi e dalla quale possiamo far iniziare la storia moderna del Barolo e dei suoi millesimi.

ORARIO

INFO