Uno degli aspetti forse più curiosi dell’intervento che Carlo Petrini ha tenuto durante la cerimonia di presentazione dell’annata è stato il modo in cui ha voluto ricordare due realtà che, all’ombra di un vino ormai celebre in tutto il mondo, rischiano spesso di passare in secondo piano.

«Voglio dedicare questo riconoscimento – ha spiegato – innanzitutto a una parte importante che ha permesso a questo territorio di essere quello che è, e cioè a tutte quelle persone cha hanno avuto incidenti in vigna ed hanno testimoniato con la propria vita il valore di queste colline. Mi piacerebbe che anche l’Enoteca lo facesse. Inoltre voglio ricordare la moltitudine di extracomunitari che lavorano nelle nostre vigne. Ai miei tempi tra i filari c’erano i nostri padri, i nostri nonni, ma poi la vigna si è spopolata. Oggi per fortuna c’è una forza lavoro che non solo è importante e qualificata, ma è anche una comunità nella comunità. Pensate a come sarebbe il Barolo senza tutto questo, riflettete sul fatto che una zona di estremo prestigio e in cui il valore del fondo ha raggiunto prezzi proibitivi deve tutto ciò che ha a persone che sono morte, o ai meno riconosciuti. Per questo – ha concluso Petrini – vorrei che le banche di territorio si occupassero di creare dei fondi per sostenere i giovani che la terra la lavorano, perché quando le vigne non saranno più di chi le lavora, ma solo di chi ha i soldi per comprarle, il Barolo non sarà più un prodotto della terra, ma un Barolo “commodity”, un prodotto che va dove tira il mercato».