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Wine Pass - Monica Larner_ «Il Piemonte guidi il futuro del vino slow»-3

Scritto da Diana Zahuranec, tratto da Wine Pass

Con il suo sorriso smagliante e la sua risata contagiosa, Monica Larner è stata l'eccezionale testimonial della presentazione dell'annata 2010 presso l'Enoteca Regionale del Barolo. Nonostante la crisi, la Larner, che si occupa di vini italiani per The Wine Advocate, ha una visione assai positiva del nostro futuro enoico, che deve continuare a credere nella tipicità, con il Piemonte a fare da guida. Ecco la sua intervista per Wine Pass.
Monica Larner è ormai da molti definita la madrina dei vini Italiani. Ruolo che implica una sorta di dedizione e difesa del nostro patrimonio vitivinicolo che la giornalista americana, una delle più riconosciute wine writer al mondo insieme a Jancis Robinson, non smette di ribadire e portare all'attenzione del mondo. Ms. Larner è conosciuta per la sua instancabile curiosità e i frequenti viaggi che la portano in ogni regione d'Italia, anche le più sconosciute, da cui trae un enorme bagaglio di esperienza e di conoscenze. Per questo, dopo anni passati a scrivere su periodici italiani (con un parentesi per aiutare il lancio di una cantina in California), nel 2003 diventa la prima corrispondente in Italia per Wine Enthusiast. Ruolo a cui segue la carica più prestigiosa: nel 2013 si unisce al team di Robert Parker e comincia a scrivere per The Wine Advocate, in qualità di responsabile per l'Italia.
Appassionata di Barolo e di Nebbiolo, della loro storia e delle persone che li producono, Monica Larner ha una precisa idea del vino. In contrasto alla velocità dei tempi moderni, ad un mercato che vuole vini sempre più pronti, ad una comunicazione che chiede novità commerciali costanti, lei contrappone una visione slow: il vino deve saper invecchiare se vuole perseguire un concetto di qualità in grado di sfidare il tempo e i scalare le vette del mercato internazionale.

Come specialista del vino italiano, come si approccia alla comunicazione del vino e quali sono i suoi obbiettivi quando scrive?
Voglio raccontare l'Italia a partire dai vitigni. Non sono solo una wine critic e non mi interesso solo di classifiche e punteggi. Parto dal grappolo – così piccolo e complesso! – per narrare del posto dove cresce, delle persone che lo coltivano, della terra. Il vino è sempre un mezzo per parlare di un territorio. Inoltre, il consumatore medio di vino è cambiato. Quando Robert Parker pubblicò le sue prime newsletter, le persone davano estrema importanza al sistema di rating. Oggi i voti non sono più sufficienti ad interessare il consumatore, che è diventato più smaliziato e viaggia di più. Perciò, desidero andare oltre e raccontare cosa vedo in Italia, le storie che stanno dietro al vino.

Ma ora che le storie sono importanti, non si rischia di raccontare sempre la stessa?
Come dicevo, il focus è cambiato. Il ruolo del giornalista resta estremamente importante, ma ora qualsiasi azienda può pubblicare online i dati e le informazioni tecniche dei propri vini. Dunque bisogna andare oltre. L'Italia ha una patrimonio di vigneti autoctoni assolutamente unico, che la pone in una posizione di interesse anche maggiore della Francia o di altre nazioni. Questo è quello che vogliono scoprire i consumatori, specie gli Inglesi e gli Americani: non ci si accontenta più delle schede tecniche. Dunque, mi ritengo davvero fortunata a vivere in Italia, perché posso raccontarne questa diversità esplorandone l'enorme potenziale, senza il rischio di ripetermi. Se l'Italia vuole guadagnare importanza all'estero, le cantine devono essere pronte a stoccare I loro vini e a permettergli un giusto invecchiamento.

Lei ha parlato di una prossima "Golden Age" del vino Italiano, cosa intendeva?
Sono assolutamente convinta che in questo momento stiamo cavalcando sulla cresta di un'onda che porterà il vino italiano ad un successo internazionale ancora maggiore: il patrimonio vitivinicolo italiano (oltre 3 mila vitigni diversi) ha le sue storie, ma anche i suoi abbinamenti e le sue una regioni: tutte da raccontare. Tuttavia, bisogna ammettere che alcune nazioni hanno saputo promuovere meglio il loro vino: la Francia, ad esempio, si è focalizzata sui suoi cinque vitigni nobili e ha sviluppato solo certi tipi di vino. La forza delle storie italiane però sta per esplodere e dobbiamo essere in grado di coglierla in tutta la sua ricchezza. Questo è il momento dell'Italia e sono orgogliosa di essere stata scelta da Robert Parker per raccontarlo.

Come potranno le cantine sfruttare questa "Golden Age"?
Una delle cose che mi piacerebbe veder nascere in Italia è la cultura dell'invecchiamento del vino. Oggi le aziende non hanno piacere di tenere le loro bottiglie in cantina, oppure, mandano i campioni ai giornalisti prima ancora che escano i vini. Se l'Italia vuole guadagnare importanza all'estero, le cantine devono essere pronte a stoccare i loro vini e a permettergli un giusto invecchiamento. Solo allora, quando il vino ha raggiunto la sua vera eleganza, dovrebbero metterli in commercio. Il Piemonte, in questo senso, ha una responsabilità particolare.

Quale?
Specialmente per il Barolo, che è uno dei vini italiani più apprezzati, i produttori avrebbero il dovere di mostrare la loro capacità di affinare i vini con lentezza: le altre regioni capiranno e, vedendo i risultati, seguiranno l'esempio. Il Barolo 2010, ad esempio, potrebbe essere il simbolo di questa nuova cultura: è un'annata dal potenziale straordinario, ma deve essere "maneggiata" con saggezza.

Come possono i produttori resistere alla domanda da parte dei giornalisti e delle guide di assaggiare i nuovi vini?
I produttori devono capire l'importanza della resistenza e per questo è necessario ripensare il dialogo con giornalisti e guide. Porto un esempio. Alcuni produttori mi hanno detto che il loro Barolo 2010 non pareva ancora pronto. Ho capito le loro istanze e ho risposto: "Non importa, aspetterò ancora". Inoltre si può puntare su etichette speciali, edizioni particolari, anche sugli esperimenti che ogni cantina conduce: per queste cose bisogna saper attendere e non devono per forza essere comunicate nell'immediato.
Sono assolutamente convinta che in questo momento stiamo cavalcando sulla cresta di un'onda che porterà il vino italiano ad un successo internazionale ancora maggiore

Con il passare degli anni cosa pensa sia cambiato nel mondo del Barolo?
In questo momento vedo una maggior coerenza tra i produttori. Ognuno segue il suo stile personale fino in fondo e con coraggio: questo contribuisce ad creare una percezione generale di forza e sicurezza da parte dei barolisti. Le Langhe, in particolare, stanno mostrando questo carattere e la solidità delle loro radici.

Secondo lei quali sono le caratteristiche del vitigno nebbiolo che influenzano il Barolo?
Il vitigno è importante, ma non è tutto. C'è una parola in italiano che non ha una traduzione esatta in inglese: «tipicità». Descrive bene la connessione tra vino e territorio e, in Italia, la tipicità si è sviluppata più che altrove. Tipicità va anche oltre la definizione di terroir: comprende la cucina, il paesaggio, la cultura e la storia (la "potenza" del Barolo deriva da tutto questo, ad esempio). Così il Nebbiolo è la chiave della tipicità piemontese. Si trova anche in California, ma soffre, perché non riesce ad adattarsi bene ad altri territori.

Tra le caratteristiche del Barolo – colore, ricchezza aromatica, sapore, capacità di resistere al tempo – qual è la sua preferita?
Il Barolo ha un eleganza femminile, che adoro, e un modo così profondo e complesso di presentarsi che è quasi magico. Un fatto curioso è rappresentato dalle persone che amano il Barolo e stanno cominciando ad appassionarsi sempre più al vitigno Nebbiolo. Tanto che potremmo descriverle come una nuova comunità di interesse: i "Nebbiolisti".

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